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Chi siamo

Il progetto Venezia salva

Il progetto Venezia salva - VENEZIA SALVA

 Chi siamo?

 Il film ha come protagonisti gli ospiti della Casa dell'Ospitalità di Venezia, struttura che a Venezia e Mestre accoglie le persone senza dimora e con i quali ho già realizzato due film, Ospiti e Via della Croce. In questa nuova esperienza invece partecipano in veste di attori. Si racconta il tentato sacco di Venezia da parte degli spagnoli nel 1618. Il laboratorio creatosi per la realizzazione del film, è iniziato due anni fa. Abbiamo iniziato il lavoro con Manuela Pellarin che è stata presente e vicina dall'inizio alla fine del progetto, e con Giovanni Benzoni, presidente della Casa dell'Ospitalità. Abbiamo tenuto cinque incontri. Tre incontri dove abbiamo presentato agli ospiti il progetto e distribuito la sinossi e alcune copie di Venezia Salva di Simone Weil. I seguenti due incontri sono stati con il teologo Giovanni Trabucco sul tema “Venezia salva e Simone Weil” che ha illustrato oltre la pièce anche la vita e il pensiero della filosofa. E un secondo incontro con lo storico Gino Benzoni che ha parlato di Venezia ai tempi della congiura del marchese di Bedmar, approfondendo il periodo e i contenuti storici,  presentando gli altri testi esistenti sulla congiura. Abbiamo fatto una splendida visita, guidati da Roberta Bellettieri, a palazzo Ducale, dove poi avremo girato. Dopo questa introduzione si è cominciato a discutere sul testo e a provare in teatro, anche con David Riondino, nel teatrino Groggia di Venezia per giungere alla realizzazione di Venezia Salva come film. L'impegno da parte di tutti è stato enorme, la comprensione del testo di Simone Weil è stato un approfondimento collettivo. Il laboratorio di Venezia Salva occupava vari spazi: la Casa dell'Ospitalità di S.Alvise e la saletta Da Villa della Casa di Ospitalità di Mestre, il teatro Groggia, il teatro dei Frari gentilmente concessoci per le ultime prove da frà Nicola, il deposito dei costumi e attrezzeria, nonchè sala di prova costumi, sartoria e laboratorio per gli oggetti di scena, allestito presso le suore Canossiane di S.Alvise che con grande pace ci hanno sopportato per cinque mesi e durante il mese di riprese hanno anche custodito tutto il materiale tecnico. Nei mesi precedenti alle riprese oltre alle prove in teatro, i non attori-amici-ospiti hanno collaborato alla preparazione del film, con i trasporti, la sartoria, la rifinitura degli oggetti di scena, le ricerche di tutto il materiale che ci sarebbe poi servito. Un ringraziamento sentito ai due attori professionisti: David Riondino e Fabio Momo. Si è inoltre creata una incoraggiante sinergia con la città. Il teatro La Fenice ci ha prestato i costumi, la sartoria Cooperativa Il Cerchio del carcere femminile ha prestato e manufatto alcuni dei costumi e il Club culturale italiano Atelier Tiepolo ci ha prestato altri costumi ancora. Alla sartoria Il Cerchio ho incontrato Katharina Miroslawa che con grande entusiasmo è salita sulla nave di Venezia Salva. La sua grande vitalità e voglia di fare hanno fatto bene a tutti noi. Monica Daniele ha creato tutti i cappelli e copricapi per il film, con generosità. La sovrintendenza ai Beni culturali e i Musei civici ci hanno sostenuto per e durante le riprese. Il comune di Venezia, con la Venice Film Commission e Circuito Cinema, ci è stato vicino durante l'avventura. E naturalmente vorrei ringraziare il personale del deposito delle imbarcazioni da regata del Comune e gli assessori comunali al turismo e alla cultura, e la Marina Militare. E molti privati che ci hanno imprestato materiali, case e luoghi dove girare, come la taverna Remer  e la libreria Acqua Alta, e i chiostri di San Francesco della Vigna. Ma anche le persone che ci hanno messo a disposizione luoghi dove allestire i camerini e i depositi via, via.  Parroci, privati... Perciò Venezia salva è: tutte queste persone.

 

Who are we?

 The film Venezia salva is interpreted  by the guests of the Casa della Ospitalitá of Venice, a shelter for the homeless. I had already made two documentaries with some of them: Ospiti(Guests) in 2006 and Via della Croce (Way of the Cross) in 2009 in which they also told the story of their lives. In Venezia salva they perform as actors, in a play by Simone Weil. The plot of the play is the attempted sack of Venice, in 1618, organized by the Spanish ambassador  to Venice, the Marquis of Bedmar. We worked for two years in a Venezia salva workshop in order to prepare the film. We started working with Manuela Pellarin, editor and assistant director  and Giovanni Benzoni, president of the Home of hospitality. We met five times with the guests of the Home to introduce the play and had an historian, Gino Benzoni, and a theologian, Giovanni Trabucco, come and talk about  history at the time of the conspiracy,  about Simone Weil, and the play. We had a guided tour of the Ducal Palace, where some of the play takes place, and where we were to shoot. Afer this introduction to the play, we started working on it in the teatrino Groggia in Venice, helped for a few rehesals by David Riondino, who is the only real actor in Venezia salva. The involvment with this piece has been a deep and collective effort. Venezia salva’s workshop has had various locations: The Home of hospitality in Venice and in Mestre, the Groggia Theatre, the Frari Theatre, the rooms at the monastery of the Canossiane nuns in S.Alvise, which became our base for storing and modifying costumes, props and technical equipment and for dressing rooms before and during  shooting times. I want to thank deeply the two actors: David Riondino and Fabio Momo. There has been an effective sinergy with the city of Venice on this project; the Fenice theatre has generously lent us some of the costumes, together with  Club culturale italiano Atelier Tiepolo. We collaborated with the cooperative, Il Cerchio of the Women’s Prison of Venice. They made some of the costumes for us. At the Cerchio workshop I met Katharina Miroslawa who joined us with great vigour in this adventure and plays a part in the film. The designer Monica Daniele generously made all the hats and millinery for the film. The public institutions Sovrintendenza ai Beni Culturali and the Musei Civici supported us all along. The valuable support by the Venice City Administration and the Venice Film Commission have been of great help . I  would like to thank the Arsenale Historical Boats Deposit of Venice, the Comune of Venice, and the Marina militare (the Navy) for their cooperation. I also wish to thank the many people who sustained us in different ways, by lending us spaces or letting us shoot in various private locations; people who helped us by providing  improvised changing rooms and storage room for the shooting time, all around Venice. Therefore, as far as Venice Saved is concerned, it is all these people, too.

Serena Nono

Serena Nono - VENEZIA SALVA

Serena Nono nasce a Venezia nel 1964. Nel 1982 si trasferisce a Londra e frequenta la Kingston University. Si diploma in Belle Arti nel 1987. Nel 1989  ritorna a Venezia. Dal 1991 espone il suo lavoro pittorico, in città italiane ed europee. Nel 2007 gira il suo primo film documentario, Ospiti. Il film nasce da una collaborazione con la Casa dell'Ospitalità di Venezia, in seguito a dei corsi di scultura e pittura per gli Ospiti ai quali collabora. Nel 2008 il secondo, Via della croce, che viene presentato alla 66° mostra del cinema di Venezia, nella sezione Orizzonti, e premiato al Sulmonacinema film festival nel 2009. Anche Via della croce è girato con gli Ospiti della Casa dell'Ospitalità. Nel 2011 partecipa al Padiglione Italia della 54° Biennale d’arte visive di Venezia. Vive e lavora a Venezia. 


Serena Nono was born in Venice in 1964. In 1982 she moved to London to attend Kingston University, Department of sculpture. She graduated in 1987 with a BA in Fine Arts.  In 1989 she returned to Venice. From 1991 she started showing her work, mainly painting, in Italy and in Europe. In 2007 she made her first documentary, Ospiti (Guests). The film was made in collaboration with the Home of Hospitality, a shelter for the homeless  in Venice. The film is about the experience she had teaching art courses in the home, and about the guests’ own life stories. In 2009 she made Via della croce (Way of the cross), a new documentary also shot with the guests of the Home of Hospitality. This film was presented at the 66° Biennale film festival in Venice, and won an award and a special mention at the Sulmona film festival in November 2009. In 2011 her paintings were shown in the Italian pavilion of the 54° Biennale of Visual Arts in Venice. She lives and works in Venice, Italy. 


www.serenanono.com

www.viadellacroce.org

Venezia salva o la tragedia dello sradicamento, Giancarlo Gaeta

Il soggetto di Venezia salva è lo sradicamento; tema per eccellenza weiliano accanto al tema della forza, che ella riconobbe come il vero soggetto dell’Iliade. Sradicati sono i soldati di ventura che congiurano per asservire Venezia al potere spagnolo, e lo sradicamento della popolazione dalla loro patria è ciò che essi si prefiggono di ottenere con l’uso indiscriminato della violenza, affinché al dominio straniero non solo si pieghi ogni volontà di resistenza, ma il colpo inferto sia tale da cancellare in ciascuno per sempre l’identità che fino al giorno prima ne faceva individualità degne di rispetto, fiere della propria appartenenza civile: «Bisogna che domani essi non sappiano più dove sono, non riconoscano più nulla intorno a sé, non si riconoscano più». È dunque allo stato di irrealtà che conduce lo sradicamento perseguito fino in fondo, fino al punto che si scambi oramai per realtà il sogno imposto dal vincitore. In questo, certo, non c’è niente di nuovo: «Sradicare i popoli conquistati, è sempre stata e sempre sarà la politica dei conquistatori», ma per riuscirvi in modo tale che la libertà di ieri non sia soltanto perduta ma ci si dimentichi persino che sia mai stata, che mai più si possa neppure immaginare di risuscitare la patria uccisa, occorre che i conquistatori siano totalmente compenetrati dal sentimento di superiorità, dall’implacabile convincimento di «fare la storia» che un tempo guidò la costruzione dell’impero romano e ai giorni di Simone Weil aveva trovato nella Germania nazista un feroce imitatore, fortunatamente non altrettanto abile nel perseguire la logica del dominio.Ma non è questo il caso per il protagonista della tragedia, a cui era stato dato il comando della congiura; non per una sua celata debolezza di carattere, ma a causa di un imprevedibile momento di arresto nel processo mentale che guidava la sua volontà verso la realizzazione della conquista. Ha visto con i suoi occhi la città che si accingeva ad uccidere, ha lasciato spazio a un sentimento che non avrebbe dovuto permettersi, la pietà per le patrie morte: «Ciò che il ferro recise il sole non lo rivede». È l’arresto che salva Venezia, ma non può impedire al meccanismo della forza di procedere seppure in senso invertito: alla violenza dei congiurati si sostituisce la ragione di Stato, che non può scendere a patti neppure col proprio salvatore; il sangue sarà sparso comunque, affinché ne risulti «una lezione per chiunque volesse attentare a Venezia». Jaffier, eroe tragico, non può dunque che andare volontariamente incontro alla morte, oppresso dalla vergogna per gli amici traditi, mitigata infine dalla consapevolezza di aver conservata intatta Venezia: «Ai miei occhi oramai senza sguardo, quale bellezza la città!».

 

Venezia salva, the tragedy of uprooting

The subject matter of Venezia salva is uprooting. The theme par excellence for Weil, along with that of force, which she recognised as the true subject matter of the Iliad. Uprooted are the mercenaries who plot to render Venice  a slave to the Spanish power and the uprooting of the population from its homeland is what they intend to obtain by indiscriminate use of violence, so that not only should any will to resist against foreign domination be crushed, but blow inflicted upon them be so strong as to cancel forever the identity which on the day before had made of each individual a person worthy of respect, and proud of their citizenship: «Tomorrow they must not know where they are, they will no longer recognize anything around themselves, they will not recognize themselves». It is therefore a state of unreality in which uprooting pursued to the very end, to the point in which the dream imposed by the conquerer, is mistaken for reality. This is nothing new: «To uproot conquered peoples has always been, and always will be, the policy of the conquerers», but in order to succeed in such a way that yesterday’s freedom is not only lost, but that the memory of it ever having existed is blocked out, that one can never again imagine that the murdered Homeland could ever be revived; to succeed in this it is necessary for the conquerers to be imbued with a feeling of superiority, of a relentless conviction that they are «making history» like that which in the past guided the building of the Roman Empire and in Simone Weil’s day had found a ferocious imitator in Nazi Germany, fortunately not as skillful as the Romans in pursuing the logic of domination. But this is not the case of the main character of this tragedy, to whom the command of the conspiracy was given; not because of a disguised weakness of character, but  caused by an unpredictable standstill in the mental process which was guiding his will toward the realization of the plot. He suddenly saw the city he was about to destroy with his own eyes. He made room for a feeling he should not have allowed himself to have: compassion for the dead murdered Homeland: «That which the sword severs, the sun will never see again». It is this moment of standstill which saves Venice, but it cannot stop the course of the mechanisms of force, even if in the reverse direction. The violence of the conspirators is replaced by the reason of State, which may not negotiate, not even with its own saviour; there will be bloodshed nevertheless, resulting in a lesson for anyone who would think of violating Venice. Jaffier, the tragic hero, can do nothing but go willingly toward his death, oppressed by the shame of having betrayed his friends, mitigated by the awareness that he has preserved Venice intact: « To my eyes soon sightless how the city is beautiful!».  

Un film girato a Venezia, Roberto Ellero

 Nel film Il bacio di Giuda (1988) Paolo Benvenuti risale ai vangeli apocrifi per inscenare la “necessità” del tradimento, laddove, nel novero degli Apostoli, appare proprio quel Giuda, così cupo e silenzioso, l’unico consapevole di tale necessità: il tradimento quale viatico di sacrificio, redenzione, salvezza. Tesi certamente opinabile ma tutt’altro che peregrina. Analogamente, un tradimento salva la Serenissima nel 1618, quando un pugno di congiurati al soldo del re di Spagna è ormai ad un passo dal mettere a segno il suo disegno eversivo. Siamo in Venezia salva, che Simone Weil scrive negli anni di guerra, già fervida di mistica ascesi e purtroppo prossima alla precoce dipartita. Una congiura ordita da mercenari sfatti e delusi, con almeno un lestofante prezzolato a tirare le fila. Tutta gente, comunque, che per ignoranza o avidità di potere vuole “prendere” Venezia non già per rigenerarla, bensì per asservirla e distruggerla, incapace di apprezzarne la grande bellezza (ogni riferimento al recente film di Sorrentino è tutt’altro che casuale…). Ora, da quella sofferta tragedia di Simone Weil, il film di Serena Nono, figlia d’arte, pittrice e da qualche tempo “attivista” del filmmaking, fedele ad un’idea di cinema non meno rigorosa di quella praticata da Benvenuti. Ad animare sin qui i lavori di Serena  (Ospiti, 2007; Via della Croce, 2009; ora Venezia salva, 2013) le persone senza fissa dimora della Casa dell’Ospitalità; suo invariabile mentore, Giovanni Benzoni, presidente e producer (oltre che, per l’occasione, il lestofante di cui si è detto in Venezia salva). Attori loro malgrado, un po’ come i congiurati, recanti in sé i segni di vite che hanno conosciuto il disagio, il dolore e la sofferenza. Interpretano ruoli ma sono e restano se stessi. Dunque non la contraffazione di qualche “metodo” ma la purezza dell’imperfezione, al servizio di un film produttivamente ancora povero ma visivamente assai ricco (l’occhio pittorico, non a caso). Chi tradisce, in ispecie, salva Venezia. Altra cosa sarebbe tradire Venezia. Ma qui sconfineremmo nell’attualità. Meglio di no. 

 

A movie filmed in Venice

In the film Il bacio di Giuda [Judas’ Kiss] (1988) Paolo Benvenuti goes back to the apocryphal gospels in order to stage the “necessity” of betrayal, where that silent and sullen Judas appears among the Apostles, as the only one aware of that necessity: betrayal as the viaticum of sacrifice, redemption and salvation.This is certainly a moot point, but not in the least uncommon. An analogous betrayal saves the Serenissima in 1618, when a small group of conspirators, in the service of the King of Spain, comes very close to succeeding in its subversive plot. We are speaking of Venezia salva, which Simone Weil wrote during the war years, when she was already fervidly mystical and unfortunately close to her untimely death. A conspiracy  planned by disappointed and weakened merceneries , with at least one high ranking instigator to lead them. In any case, all of those who, out of ignorance or greed want to “take” Venice, not in order to regenerate her, but to enslave and destroy her, are  unable to appreciate her great beauty  (any allusion to Sorrentino’s recent film is anything but  purely accidental…) Now, from that  anguished tragedy by Simone Weil there is this film by Serena Nono, who comes from an artistic family, is a painter and has recently been active in "film-making”, true to an idea of cinema no less rigorous than that put in practice by Benvenuti. Up to now Serena’s works have been inspired  by homeless persons who live in the Casa dell’Ospitalita’  (Ospiti, 2007; Via della Croce, 2009; and now, Venezia salva, 2013). Giovanni Benzoni, president of the Foundation and “producer” (besides on this occasion playing the part of the swindler in Venezia salva) is her invariable mentor. Actors in spite of themselves, somewhat like the conspirators, carrying the marks of their lives which have known discomfort, pain and suffering. They interpret roles but they  are and remain themselves. Therefore it is not an interpretation with a falsification by some “method” but rather the purity of imperfection at the service of a film which is yet “poor” but visually very rich (the artist’s perception, not by chance).He who betrays, in this particular case, saves Venice. To betray Venice would be a different story. But then we would be speaking of our own time. Better not.

Venezia salva L’ideale politico di una città a misura d'uomo, Giancarlo Gaeta

La stesura di Venezia salva ha accompagnato gli ultimi tre anni della vita di Simone Weil, quelli in cui ha scritto la parte maggiore della sua opera, i Cahiers innanzitutto. A questo suo lavoro teatrale, destinato a rimanere incompiuto, Simone teneva molto; aspirava a raggiungere i vertici della poesia, della grande arte, anche se, bisogna dire, un vertice di purezza e di trasparenza espressiva lo aveva già raggiunto nella scrittura in prosa. Tuttavia penso che avesse una ragione ulteriore per tentare la difficile via di dare al suo pensiero un’espressione drammaturgica, così da poterlo comunicare indirettamente attraverso situazioni e figure in grado di colpire l’immaginazione dei contemporanei. Non a caso Venezia salva ha come modello la tragedia greca, vale a dire rappresentazioni drammatiche offerte ai cittadini come occasione costituita di presa di coscienza delle condizioni a cui la vita in comune è sottoposta e di catarsi; un’occasione che assumeva perciò carattere insieme politico e religioso.

 In effetti Venezia salva può essere letta come un condensato in forma drammatica della concezione filosofico-politica di Simone Weil; vi si ritrovano temi chiave del suo pensiero: la città, la bellezza, la realtà, la sventura, la mediazione, ma ora calati nella rappresentazione di una vicenda storica in cui lo spettatore contemporaneo potesse specchiare la sua condizione di uomo e di cittadino. La Venezia della tragedia è una città-stato, come l’Atene del V secolo, città ordinata dalla legge scritta e gelosa della propria indipendenza. Questa entità politica, in grado di emergere con una cultura civile propria tra gli stati-nazione, è presentata dall’autrice come l’esito di una vicenda storica unica, che fonda l’identità dei suoi cittadini, la loro ragion d’essere civile e morale in un tempo e uno spazio definiti. Certo, si tratta di un’immagine in buona parte ideale, ma è grazie a tali immagini, pur sempre costruite su un chiaro fondamento storico, che ella prova a dare corpo all’idea di radicamento, perno della sua concezione politica.

 La Venezia messa in pericolo all’inizio del seicento da una congiura della potenza spagnola assurge così a paradigma del potere di sradicamento operato dalla politica fondata sul prestigio della forza, che in epoca moderna ha segnato la cultura dell’Occidente e da ultimo ha determinato le condizioni di vita nei paesi industrializzati, segnati oramai da un triplice processo di sradicamento: sradicamento contadino, sradicamento operaio, sradicamento geografico, quest’ultimo determinato dalla sostituzione dell’idea di territorio, città, regione con quella di nazione. L’effetto congiunto di questi tre sradicamenti ha condotto alla progressiva perdita dell’idea stessa di radicamento pur sussistendone più o meno consapevolmente il bisogno: c’è il bisogno ma oramai non si saprebbe più come soddisfarlo. Venuto meno il rapporto vitale con il proprio ambiente fisico e la propria storia, a generarsi è inevitabilmente il sentimento di estraneità, di frammentazione, di discontinuità. Non ci sono più patrie, cioè rapporto con un passato che ispira il presente e orienta verso il futuro. Proprio a questo miravano i congiurati, a loro volta dei senza patria al servizio di potenze in lotta per l’egemonia mondiale: impossessarsi del guscio di Venezia svuotato del suo passato e perciò del futuro, che avrebbe reso la sua bellezza insopportabile agli occhi degli oppressi, invisibile agli occhi degli oppressori.

 Nell’economia della tragedia, la bellezza di Venezia, – ma ogni città vissuta come patria ha una bellezza unica – serve innanzitutto a rendere sensibile l’enormità del delitto, poiché uccidere la bellezza equivale a sottrarre una leva potente per sollevare ciò che fa da schermo al bene. Ma questo non vale forse per ogni luogo, grande o piccolo, illustre o modesto, fintanto che esso è vissuto come una patria generatrice di sentimenti, di pensieri, di relazioni e di conflitti? Qualcosa che ora cresce ora diminuisce e sempre si modifica sotto la pressione del divenire, eppure resta se stesso finché conserva coscienza di sé, memoria e tensione verso il futuro. Si dice: essere a casa propria, quando ogni cosa attorno, la forma degli edifici, i campi coltivati, la curva delle colline, i riflessi del mare, l’accento delle voci, le fisionomie, le feste, il sapore dei cibi, tutto concorre a disegnare lo scorrere della vita in uno spazio unico, del quale non si ha maggiore coscienza dell’aria che si respira. Al contrario, laddove tutto intorno è estraneo, e perciò brutto, incoerente, insignificante, è come stare nella caverna del mito di Platone, indotti a scambiare l’irreale per la realtà pur di dare senso a un’esistenza espropriata di ciò che è fonte di gioia, di elevazione, di intuizione dell’esistenza di un mondo altro. È quanto finisce con lo sperimentare Jaffier, il congiurato che suo malgrado si trova esposto al «il mistero supremo» della bellezza, e ne è catturato al punto di vedere ciò che fino ad allora gli era rimasto precluso: l’esistenza reale degli individui che si apprestava a distruggere e non solo fisicamente, ma più a fondo nelle ragioni stesse della loro vita in comune così chiaramente riflessa nella bellezza della città da loro edificata.

 Simone Weil pensava che nulla vale quanto la pietà verso le patrie morte; sentiva intimamente la sventura di Troia, di Cartagine, di Numanzia, sapeva quanto l’Europa aveva perduto in fatto di libertà spirituale con la devastazione per mano cristiana del paese d’Oc all’inizio del tredicesimo secolo; e cosa ne era conseguito: l’uccisione sul nascere di una rinnovata civiltà mediterranea che avrebbe forse potuto costituire con il tempo un secondo miracolo, pari a quello della Grecia antica, fondendo l’impronta nordica con l’influenza araba, il pensiero antico con la spiritualità cristiana. Mentre a imporsi fino ai giorni nostri è stato il prestigio della forza, che tutto legittima. Lo spirito di conquista di cui danno prova i congiurati di Venezia salva è il frutto avvelenato dello spirito moderno. Venuto meno il primato della verità, della bellezza, della libertà e dell’uguaglianza, precariamente affermato nel tempo breve del rinascimento romanico, l’idea di nazione ha prevalso su quello di patria, l’idea di stato centralizzato su quello di comunità. La società che subordina a sé gli individui è indifferente a verità e bellezza, fa uso strumentale di libertà e uguaglianza. Ci siamo sradicati dalla fonte di spiritualità, greca e cristiana, che era la nostra e siamo andati a sradicare altri popoli, le cui genti oggi sono costrette in gran numero a perderla per sempre la patria e a cercarne un’altra presso chi non ne ha più cognizione. Di questa immensa perdita Simone Weil ha preso coscienza nell’ora in cui l’Europa precipitava nel baratro della follia; ha creduto che soltanto la contemplazione del passato avrebbe potuto medicare gli spiriti, ricondurli alla giusta misura delle cose. Così è per il suo Jaffier. Ciò che egli contempla dall’alto, la città quietamente distesa nel tramonto, lo costringe a ritrovare la misura umana, a provare pietà; egli che pensava di sollevarsi al di sopra degli uomini, indifferente come il sole ai loro destini. Un arresto, la grazia di un momento di attenzione pura che muta la visione delle cose e rovescia il corso degli eventi; a salvare Venezia è in definitiva la capacità di uscire dal sogno, di vedere il mondo reale.

 È dunque la bellezza, questo elemento così fragile e insieme potente, a salvare Venezia dai congiurati, ma non si tratta di un lieto fine, poiché nel momento decisivo anche Venezia, la città idealizzata, svela la faccia celata di potenza, indisponibile a riconoscere valore ad altro che non sia la ragione di stato. Ecco dunque la contraddizione insuperabile insita nella natura stesso dello Stato, che funziona a prescindere da ogni considerazione del bene che non sia contingente. La reazione stessa dei veneziani di fronte al pericolo scampato è ispirata soltanto dal desiderio di vendetta da consumarsi fino in fondo senza altra considerazione. Non c’è spazio morale che consenta di riconoscere grandezza nel moto di compassione che ha spinto Jaffier a sacrificare il proprio sogno di potenza a favore della città. I vincitori del momento si collocano così sullo stesso piano dei congiurati fortunosamente abbattuti; incapaci di leggere nel gesto di Jaffier il punto di equilibrio senza cui non ci si può sottrarre al dominio della forza, condannano se stessi, come gli eroi dell’Iliade, a restare in balìa del gioco mutevole della sorte. È questo il nodo tragico che colpisce innanzitutto Jaffier, sottoposto a un duplice mutamento: da capo della congiura a salvatore della città che aveva in pugno, infine a individuo che subisce in se stesso gli effetti della sventura risparmiata alla città; umiliato e disonorato al punto da scegliere volontariamente la morte.

 Venezia salva può essere considerata come l’equivalente moderno dell’Antigone di Sofocle. Ambedue sono tragedie del potere e in quanto tali senza via d’uscita, comunque non sul piano delle risoluzioni mondane. Ambedue dimostrano che laddove il potere è al servizio di se stesso, si tratti di un potere personale o statale, non c’è spazio per la giustizia, né per la compassione, né per la bellezza, né per la verità. Tutte nozioni – ci ricorda Simone Weil – che a differenza di quelle correnti nell’ambito della politica, quali democrazia, diritto o persona, appartengono a un ordine superiore perché non sono come le altre commiste di male, appartengono ad «un ordine impersonale e divino». Infatti, è impossibile dire la verità nella sua interezza, essere perfettamente giusti, riconoscere davvero che l’altro esiste, senza un contatto preliminare col soprannaturale. Antigone e Jaffier sono dei mediatori tra questi due ordini a causa di una ispirazione a cui non hanno potuto sottrarsi, e in quanto tali costretti a subire la sventura, poiché la loro nozione di bene puro si scontra con quella commista di male a cui difficilmente il potere è disposto a rinunciare, avvenga per una concezione personale del potere o per incapacità delle istituzioni di fare riferimento ad altro che a se stesse. Tuttavia Antigone lo è in modo totalmente consapevole, Jaffier in modo spontaneo, ingenuo; la prima sa infatti in partenza cosa la aspetta se sfida il potere costituito in nome di una superiore giustizia che non fa distinzione di persona; l’altro invece, una volta caduto nella trappola della bellezza, confida nel riconoscimento della nobiltà del suo gesto da parte del potere. In Jaffier c’è tutta la fragilità e l’opacità spirituale dell’uomo moderno, mentre Antigone apparteneva a una civiltà arcaica in cui era viva la coscienza che giustizia, equità, compassione sono virtù divine, discendono dal cielo come la luce che fornisce all’albero l’energia per mettere radici in profondità. In questo senso la sventura colpisce Jaffier in modo più crudele, si avverte in lui una disperazione cupa che forse solo all’ultimo, quando decide di andare incontro alla morte, è sollevata dalla consapevolezza di avere obbedito a un ordine di giustizia che gli è incomprensibile ma necessario alla salvezza della città.

 Si può allora dire che con la sua tragedia Simone Weil intendeva indurre i contemporanei a riflettere su cosa ne è del bene pubblico nella situazione moderna, come far fronte a un processo di sradicamento che sempre più priva gli individui e le comunità di nutrimenti spirituali indispensabili per non cadere in un crescente stato di irrealtà. In particolare ella imputava al pensiero politico moderno di avere escluso l’ambito del soprannaturale nel convincimento che per il perseguimento del bene pubblico fosse sufficiente il ricorso a nozioni che, per quanto nobili, non sono di per sé in grado di sottrarsi alla potenza del collettivo e di avere perciò degradato parole come bene e giustizia. Avere colto questa carenza, con tutte le implicazioni teoriche e pratiche che ne conseguono, sta la singolarità del suo pensiero, anche rispetto a chi, come Hanna Arendt, si è impegnato a indagare «la migliore soluzione politica possibile per il problema umano» ispirandosi al pensiero politico dei greci. Per lei infatti limitarsi a contrapporre alla società di massa nient’altro che una concezione, fosse pure l’ideale della politeia greca, non consente ancora di uscire da una logica binaria, da una visione del mondo priva della terza dimensione, senza la quale, scriveva, «né la persona può essere protetta dal collettivo, né la democrazia può essere assicurata»; ciò che manca, ed era per lei decisivo, è infatti l’immissione nella vita pubblica di germi atti a provocare in essa «una cristallizzazione del bene superiore, che è impersonale e non ha relazione con alcuna forma politica» (PS 55). Vale a dire che soltanto tali minime presenze, invisibili a occhio nudo e perciò estranee al gioco politico, può bilanciare la gravità del sociale consentendo a quelle che lei definiva istituzioni intermedie di funzionare efficacemente per il bene pubblico.

 La figura di Jaffier incarna una siffatta presenza. Ciò che determina la sua conversione non è certo una semplice esperienza estetica, che sarebbe stata di per sé impotente a bloccare un meccanismo orami teso al suo effetto, ma l’essere passato dall’ordine della necessità, dove bene e male s’intrecciano indissolubilmente, all’ordine del bene assoluto, cosa che può essere effetto soltanto della grazia. Così un momento dopo egli si muove seguendo un ordine altro da quello che lo determinava in precedenza. In questo passaggio non c’è ombra di psicologismo, semplicemente allo stato di irrealtà si è sostituita la visione chiara della realtà: la città e i suoi abitanti, la congiura e se stesso in rapporto a coloro a cui è legato da complicità ma anche dal bene sommo dell’amicizia. Ora tutto è connesso in un solo nodo che egli vorrebbe sciogliere in forza dell’ispirazione stessa da cui si sente preso, senza rendersi ancora conto che una siffatta esperienza può essere solo individuale, poiché soltanto ai singoli è consentito passare al di là della sfera in cui il bene il male si oppongono, grazie all’unione dell’anima col bene assoluto. Perciò l’apice del tragico andava giustamente collocato nel confronto tra il singolo e l’istituzione politica, il governo di Venezia; il quale ha un momento di oscillazione, come se i rappresentanti del potere, intravisto il significato trascendente dell’atto di Jaffier, se ne ritraggano subito come davanti a un pericolo più sottile di quello costituito dalla congiura; pericolo che ora non riguarda più la città ma la logica stessa del potere, che non può dare spazio a un superiore senso di giustizia senza ridursi in qualche misura. È inoltre notevole che a fare da schermo alla richiesta di Jaffier non c’è solo il potere politico, ma anche quello collettivo dei veneziani e in forma ancora più intransigente. Un duplice schermo impedisce dunque che quanti sono portatori di nozioni legate alla parte più segreta dell’anima umana giungano ad ispirare la vita intera di un popolo: lo schermo costituito dalle élite intellettuali e politiche indisponibili ad accordare udienza ai bisogni reali degli individui e, soprattutto, lo schermo del collettivo, che impedisce il passaggio ad ogni nozione che non sia di ordine mondano. Come vincere tali schermi era per Simone Weil il problema politico fondamentale del nostro tempo, vale a dire il problema completamente nuovo di un metodo capace di ispirare un popolo; a questo ha dedicato il suo ultimo sforzo intellettuale, senza farsi troppe illusioni circa la possibilità di essere presa sul serio. È ancora il nostro problema, sempre più urgente e sempre meno inteso come tale.